“Molte persone corrono una gara per vedere chi è più veloce. Io corro per vedere chi ha più fegato.” Steve Prefontaine

Di solito gli atleti vengono ricordati per le loro vittorie, per la loro foto sul gradino più alto del podio con in mano un bel trofeo placcato d’oro, difficilmente passano alla storia per un quarto posto. Con Steve Prefontaine, alle Olimpiadi di Monaco 1972 (quelle dell’attento palestinese, per intenderci), invece, è andata proprio così. Steve è rabbia agonistica pura, ha il fuoco dentro, pochissima pazienza e un paio di baffi più adatti ad essere sfoggiati ad un concerto hippie che non su una pista da atletica. Corre nel mezzofondo, su distanze tra i 2000 e i 10000 metri dove oltre alle gambe bisogna avere anche la testa per distillare al meglio lo sforzo. Sono gare tattiche, duelli mentali dove vince chi accelera solo al momento giusto. Steve, però, non la pensa così. Lui vuole tutto e subito, vuole essere un front runner: deve condurre il gruppo dal primo all’ultimo metro, mandando a quel paese strategie e tentennamenti. E’ un cane bastardo che vuole sbranare tutto ciò che ha intorno. “Nessuno vincerà mai un 5000 metri correndo 2 miglia facili. Non contro di me.”

Non ha un rapporto facile col coach, che cerca disperatamente di instillargli un po’ di raziocinio per affinare ancora di più il suo talento acerbo. Si chiama Bill Bowerman, faccia da impiegato delle poste e un amore sincero per la corsa e tutto ciò che gli sta intorno, che lo porterà a fabbricare scarpe con il nome di Blue Ribbon Sport (più tardi ribattezzate Nike, le conoscete?), oltre a scrivere il manuale che sdoganerà il jogging tra il popolo. Insieme trascorrono le giornate sul tartan della pista dell’Oregon University, coccolando un sogno chiamato Olimpiadi, che Steve alimenta a suon di successi negli States: è semplicemente imbattibile e agli avversari, intimoriti dalla sua foga, sta anche un po’ sulle palle. Lui è quel tipo di persona che ti obbliga ad abbandonare la sicurezza degli schemi mentali standardizzati, quelli che uno ritiene validi per la sola virtù di fare ormai parte delle proprie abitudini, come ad esempio correre in un certo modo. Il pubblico dell’atletica si scalda come nel football, a seconda delle fazioni gli spettatori alle gare portano magliette che recitano “Go Pre” o “Stop Pre”. Contemporaneamente, si lancia in battaglie a sostegno dello sport professionistico: all’epoca, infatti, solo gli amatori avevano accesso ai cinque cerchi, mentre in Europa lo sport ad alti livelli era appannaggio dei professionisti. “Correre non paga le bollette”, dice.

A Monaco ci arriva che ha 21 anni e, soprattutto, nessuna esperienza di gare internazionali. Tunisini e finlandesi sono lì ad aspettarlo, lui ha già deciso che correrà come suo solito: attaccando fin dal primo metro, sapendo che qualcuno dovrà saltare, non si sa ancora se saranno le sue gambe a farlo o quelle degli avversari. Corre per l’oro e per nient’altro. Lo starter spara e lui porta subito i suoi baffi in testa al gruppo, se la corsa fosse un passatempo per i punk lui sarebbe il nostro Sid Vicious, non ne vuole letteralmente sapere di sottostare alle strategie degli altri. La campana suona l’inizio dell’ultimo giro e Steve, che era rimasto davanti fino ad allora, si vede sorpassare da Lasse Virén e Mohamed Gammoudi, i principali favoriti. Lui se ne fotte delle gambe che gli implorano di darsi una calmata e tenta un altro affondo, per qualche secondo la rimonta sembra anche riuscirgli. Boom, arriva il crollo e dalla curva si riesce quasi a sentire il rumore di un’esplosione di acido lattico. Sul rettilineo finale viene superato anche da Ian Stewart e quello che rimane a lui sarà il più bel quarto posto della storia delle Olimpiadi. Rabbia, furore e spregiudicatezza mischiati insieme sotto le sembianze di un moderno Icaro in canottiera e calzoncini, che si è appena giocato la gara della vita in cambio della libertà di decidere per se stesso.

Negli anni successivi l’orgoglio ferito lo porta ad allenarsi come un dannato per prendersi una rivincita alle future Olimpiadi di Montréal 1976. Bowerman nel frattempo è anche riuscito a farlo crescere mentalmente, riuscendo a mitigare in parte il suo impeto con la razionalità: ora Steve è un corridore maturo, dopo tre anni i pronostici lo indicano come favorito a tutti gli effetti, non è solo più l’atleta ribelle che non mollava mai. Ci pensa il destino, più bastardo e cattivo di lui, a fermarlo: dopo avergli fatto vivere una vita da James Dean, ha riservato per lui la stessa fine. La notte del 30 maggio 1975 una cabriolet arancione si cappotta dopo aver urtato un masso a bordo strada. Dentro c’è Steve Prefontaine, il mingherlino baffuto che non voleva mai stare dietro è costretto a togliersi il pettorale per sempre. I funerali saranno degni di una rockstar, e pochi anni dopo il Congresso abolirà i divieti che limitavano la diffusione dello sport professionistico: 5000 metri e un quarto posto in terra tedesca avevano cambiato lo sport per sempre.

Crediti fotografie:  Ed Lacey, Tony Duffy.