Perchè si tratta di una storia vecchia e nuova? Perchè, beh, in montagna con una fotocamera analogica si è sempre andati, anzi, si era sempre andati. Poi venne il digitale, poi le Gopro, poi, a parte alcuni irriducibili masochisti, negli zaini rimase solo la specie dominante, quella più forte. Gli smartphone. Con i quali scattare decine di foto tutte uguali in una singola giornata, da mandarsi tramite whatsapp tornando a casa in macchina e poi lasciarle lì, a fare la muffa digitale fino a che la notifica della memoria piena non le avesse mandate in esilio nel cestino, un luogo più recondito di un gulag siberiano.
Così, per provare a fare qualcosa di diverso -per me, il mondo può andare avanti lo stesso- ho provato a portarmi dietro la reflex analogica nelle mie uscite scialpistiche di gennaio. Il kit era sempre lo stesso, una banalissima (e pensavo anche resistentissima, ma i fatti non hanno confermato le mie aspettative) Olympus Om-1 con un 35-70mm e, come pellicola, una succulenta Kodak Ektar 100. L’ho fatto per sfizio, per capire se anche in montagna potessi rinuciare ad autofocus ed esposizione automatica per le foto che scattavo per mio uso personale. E poi, va detto: ai colori della Ektar col computer non ci si arriva mica.
È andato quasi tutto bene. Quasi tutto, perchè al momento di riavvolgere la pellicola i meccanismi si sono fatti sempre più duri e -tric e trac e troc- giunto quasi alla fine ho sentito un tac! netto. Merda, ho pensato. Aprendo lo sportello si sono confermati i miei funesti sospetti: la striscia contenente gli ultimi quattro o cinque fotogrammi si era strappata. Puf, persi. Forse il fatto di aver portato sotto i -20° una macchina di trent’anni fa, già un po’ cigolante, può aver contribuito al danno, in effetti. Mea culpa. Alcune, anzi, tante fotografie sono state irrimediabilmente rigate durante il riavvolgimento, ma non me può fregare molto. Volevo fare qualcosa di diverso per me, qualcosa che non venisse poi dimenticato in fondo all’hard disk. Qualcosa di concreto nel vero senso della parola, che fosse toccabile con le proprie mani. Anche un po’ sporco e graffiato, che non fa mai male, e rispecchia  il nostro modo di andare in giro in montagna. A voi. 

L’autorevole autore in posa con la sua attrezzatura.

Francesco in polvere, in una fredda mattina di Natale.

Luca procede verso l’ennesima gita fallita in Valle Stretta.

Francesco in polvere a Cima Bosco. One shot, one kill. Ok, e anche un po’ di culo.

La vista dalla cima della Becca di Luseney, 3504 metri, in Valpelline. Si vedono tutte le grandi montagne valdostane, dal Monte Bianco al Gran Paradiso, passando dal Cervino e il Monte Rosa.

Luca, i suoi guanti di lana cotta, un opinel e il salame preparato da lui stesso. Tutto troppo hipster.

Io ti nomino Cavaliere del Cielo Azzurro. Quando la montagna ti regala la nebbia a bassa quota non puoi che essere felice di startene lassù.

Due cuori e una capanna, o quasi. Cercando riparo nella garitta dei vecchi impianti di Beulard in una giornata di tempo maffo con Nico, un amico che da quando studia medicina a Milano vedo sempre troppo poco. Nico è un tipo tosto.

Il Cervino a sinistra, il Monte Rosa a destra. E in mezzo noi (cioè, io ero a far la foto) dopo la brillante idea di fare a a gennaio una salita raccomandata per la primavera.

Gulli e Winston in salita verso la Sueur, Bardonecchia. Chi lo conosce sa che quel tipo lì ha più palle di un criminale bulgaro, spero che legga questa didascalia perchè nonostante le apparenze spacioccose è proprio così.

Se siete arrivati fin qui, vi ringrazio per il tempo che mi avete dedicato, e ricambio con una canzone che quest’inverno mi ha accompagnato parecchio andando a sciare, la trovate qui. A presto!

Ciao, sono la pellicola con sopra le tue foto, e ho appena deciso di suicidarmi come ripicca al fatto di essere stata portata al freddo. Adieu, mond cruel!

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